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Home Parodontite: cos’è, sintomi e come si cura
Prevenzione 6 giugno 2026 · 6 min di lettura

Parodontite (piorrea): cos’è, come si riconosce e come si cura

I denti non fanno male, le gengive sanguinano ogni tanto e forse si sono un po’ ritirate. Sembra poco. Eppure sotto la superficie i batteri lavorano in silenzio da mesi, distruggendo l’osso che tiene i denti al loro posto. Si chiama parodontite, ed è la prima causa di perdita dei denti negli adulti. Il punto critico: quando inizia a fare davvero male, spesso il danno è già significativo.

Cos’è la parodontite

La parodontite (chiamata comunemente piorrea, o spesso scritta in modo impreciso “paradontosi”) è un’infezione batterica che colpisce il parodonto: il sistema di supporto del dente, composto da gengiva, legamento parodontale e osso alveolare.

A differenza della gengivite, che interessa solo la parte superficiale della gengiva ed è reversibile con una buona igiene, la parodontite scende in profondità e distrugge progressivamente l’osso. Il danno osseo non si rigenera spontaneamente. Una volta perso, quel supporto è perso.

I dati epidemiologici dicono che forme moderate di parodontite colpiscono tra il 40 e il 50% degli adulti italiani. La parodontite grave interessa circa il 10–15%. Il motivo per cui questi numeri sorprendono: nella maggior parte dei casi non viene diagnosticata in tempo, perché nelle prime fasi non fa quasi nulla di male.

Visita parodontale allo Studio Dentistico Dr. Luigi di Bari, Manfredonia

Da gengivite a parodontite: il confine che non si vede

Il percorso tipico è questo. Ogni giorno si forma placca batterica sui denti. Se non rimossa accuratamente, si mineralizza in tartaro entro 10–20 giorni. Il tartaro irrita la gengiva e compare la gengivite: gengive rosse, gonfie, che sanguinano. Fino a questo punto si può tornare indietro con igiene domiciliare corretta e una seduta di igiene professionale.

Se la gengivite non viene trattata, i batteri colonizzano lo spazio tra gengiva e dente, quello che i dentisti chiamano tasca parodontale. Da lì, attaccano prima il legamento che ancora il dente e poi l’osso sottostante. Nasce la parodontite. Questo passaggio può avvenire in mesi o anni, a seconda della predisposizione individuale e dei fattori di rischio presenti.

Il segnale più subdolo: l’assenza di dolore. La parodontite distrugge l’osso in modo indolore per lungo tempo. Il dolore costante, quando arriva, indica spesso che il danno è già avanzato. Non bisogna aspettare di avere male per prenotare un controllo.

I sintomi da riconoscere

Alcuni segnali si vedono e si sentono prima ancora di sedersi sulla poltrona del dentista:

  • Gengive che sanguinano durante lo spazzolamento, il filo interdentale, o anche spontaneamente
  • Gengive ritirate: i denti sembrano più lunghi, si vede il confine tra corona e radice
  • Alitosi persistente che non migliora con dentifricio o collutorio: l’odore proviene dai batteri nelle tasche parodontali
  • Sensibilità al freddo e al caldo lungo il margine gengivale
  • Mobilità di uno o più denti, o la sensazione che abbiano cambiato posizione
  • Spazi che si aprono tra un dente e l’altro dove prima non c’erano
  • Dolore alla masticazione nei casi più avanzati
  • Presenza di pus lungo il bordo gengivale

Non tutti i sintomi sono sempre presenti. In molti pazienti il primo segnale è semplicemente la scoperta casuale durante un controllo di routine: il dentista sonda le tasche e trova profondità superiori ai 4–5 mm, che non avrebbero dovuto esserci.

Cause e fattori di rischio

La causa primaria è sempre batterica: i batteri specifici della placca sottogengivale. Ma ci sono fattori che accelerano la progressione in modo significativo:

  • Fumo: il fumatore ha un rischio 2–7 volte maggiore di sviluppare parodontite grave. Il fumo riduce l’apporto di sangue alle gengive, maschera il sanguinamento e compromette la risposta immunitaria locale
  • Diabete: esiste una relazione bidirezionale. Il diabete peggiora la parodontite; la parodontite non controllata peggiora il diabete, rendendo più difficile il controllo della glicemia
  • Predisposizione genetica: alcune persone producono una risposta infiammatoria più intensa ai batteri orali, indipendentemente dalla qualità della loro igiene
  • Stress cronico: riduce le difese immunitarie e può favorire comportamenti che peggiorano l’igiene orale
  • Farmaci che causano secchezza delle fauci: la saliva ha funzioni protettive; la sua riduzione favorisce la colonizzazione batterica
  • Gravidanza: le variazioni ormonali intensificano la risposta infiammatoria a carico delle gengive
Il fumo e il sanguinamento. Uno degli effetti più insidiosi del fumo è che può mascherare il sanguinamento gengivale, uno dei principali segnali di allarme della gengivite e della parodontite. I fumatori spesso scoprono la malattia in fase più avanzata, proprio perché mancano di questo campanello d’allarme. Se sei fumatore, è ancora più importante fare i controlli parodontali con regolarità.

Come si cura la parodontite

Non esiste una pillola per la parodontite. Il trattamento standard si chiama scaling e root planing (SRP), noto anche come detartrasi profonda o levigatura radicolare. È una procedura non chirurgica in cui strumenti specifici rimuovono tartaro e biofilm batterico dalle tasche parodontali, fino alla radice del dente, livellando le superfici per rendere più difficile la ricolonizzazione batterica.

Il trattamento si esegue in anestesia locale, per settori (di solito 2–4 sedute), ed è efficace nella grande maggioranza dei casi di parodontite moderata. Dopo il trattamento le tasche si riducono, il tessuto si stabilizza e la progressione si arresta.

Nei casi avanzati, quando le tasche sono troppo profonde per essere trattate solo con la strumentazione non chirurgica, si ricorre alla chirurgia parodontale. L’obiettivo non è estetico: è accedere alle radici per pulirle in modo più completo e, in alcuni casi, rigenerare parte dell’osso perso con tecniche di rigenerazione ossea guidata.

Il percorso tipico nel nostro studio segue questi passaggi:

  1. 1Screening parodontale: sondaggio delle tasche con sonda millimetrata per misurare la profondità e mappare la situazione
  2. 2Igiene professionale e istruzione domiciliare: il paziente impara la tecnica corretta di spazzolamento e uso degli scovolini prima ancora del trattamento
  3. 3Scaling e root planing in anestesia locale: trattamento per settori nelle sedute successive
  4. 4Rivalutazione parodontale dopo 6–8 settimane: si rimisura la profondità delle tasche per valutare la risposta al trattamento
  5. 5Chirurgia parodontale se necessario: per i siti che non rispondono al trattamento non chirurgico
  6. 6Mantenimento parodontale: igiene professionale ogni 3–4 mesi a tempo indeterminato

Il mantenimento parodontale: perché non si smette mai

Questo è il punto che spesso sorprende i pazienti. La parodontite è una malattia cronica: si controlla, non si guarisce nel senso in cui si guarisce da un’infezione batterica comune. Dopo il trattamento attivo, i batteri iniziano a ricolonizzare le tasche entro 3–4 mesi se non si mantiene un piano di igiene professionale regolare.

Per questo il mantenimento parodontale ogni 3–4 mesi (e non ogni 6 come per i pazienti sani) è parte integrante della cura, non un’aggiunta opzionale. I pazienti che lo seguono con costanza mantengono i propri denti per tutta la vita. Quelli che lo abbandonano dopo qualche anno, nella maggior parte dei casi, ricevono notizie che avrebbero preferito non sentire.

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Parodontite e salute generale: un legame che conta

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha chiarito un legame solido tra parodontite e salute sistemica. I batteri e i mediatori infiammatori che si liberano dalle tasche parodontali entrano nel circolo sanguigno e contribuiscono a processi infiammatori a distanza. Le principali associazioni documentate:

  • Aumento del rischio cardiovascolare (infarto, ictus)
  • Peggioramento del controllo del diabete di tipo 2
  • Maggiore rischio di parto prematuro e basso peso neonatale
  • Peggioramento delle patologie respiratorie nei pazienti anziani

Non si tratta di correlazioni marginali. Studi clinici hanno dimostrato che trattare la parodontite migliora in modo misurabile il controllo glicemico nei diabetici. La bocca non è separata dal resto del corpo, e le infezioni orali non restano orali.


Articolo scritto dal Dr. Luigi di Bari, Studio Dentistico a Manfredonia (FG). Ultimo aggiornamento: giugno 2026.

Domande frequenti

Le domande più comuni sulla parodontite

La parodontite è una malattia cronica: si controlla, non si guarisce nel senso tradizionale. Il trattamento arresta la progressione e stabilizza la situazione, ma i batteri ricolonizzano le tasche entro 3–4 mesi. Per questo il mantenimento parodontale ogni 3–4 mesi è parte integrante della cura, non un’opzione. Con un piano di igiene professionale regolare, la maggior parte dei pazienti mantiene i propri denti per tutta la vita.

Sì. “Piorrea” è il termine popolare per indicare la parodontite, derivato dal greco (pus + flusso). “Paradontosi” è invece un termine usato comunemente ma clinicamente impreciso. La terminologia corretta è parodontite. Tutti e tre i termini descrivono la stessa condizione: l’infezione batterica che distrugge il tessuto osseo di supporto dei denti.

Sì. La parodontite è la prima causa di perdita dei denti negli adulti, davanti alle carie. Quando la distruzione ossea raggiunge un livello avanzato, il dente perde il suo ancoraggio, diventa mobile e può dover essere estratto. Se la malattia viene diagnosticata e trattata in tempo, la progressione si arresta e i denti si mantengono. Il momento migliore per intervenire è sempre prima.

Lo scaling e root planing si esegue in anestesia locale: durante la seduta non si sente dolore. Nelle ore successive è normale avvertire sensibilità e un lieve fastidio alle gengive, gestibile con antidolorifici comuni. Nei giorni seguenti le gengive possono apparire più ritirate del solito: non è un peggioramento, ma la riduzione del gonfiore infiammatorio. La maggior parte dei pazienti riferisce di sentirsi meglio già dopo 48 ore.

C’è una componente genetica significativa. Alcune persone producono una risposta infiammatoria più intensa ai batteri parodontali, indipendentemente dalla qualità dell’igiene orale. Se in famiglia ci sono stati casi di perdita precoce dei denti o piorrea, è importante segnalarlo al dentista e richiedere uno screening parodontale preventivo. La predisposizione genetica non è un destino: con igiene adeguata e controlli frequenti, la malattia si previene o si controlla.

Senza trattamento la parodontite progredisce lentamente ma in modo continuo. Le tasche si approfondiscono, la distruzione ossea avanza, i denti diventano mobili e si spostano. Nei casi non trattati si arriva alla perdita di uno o più denti. Oltre al danno orale, la parodontite non controllata contribuisce ad aumentare il rischio cardiovascolare e a peggiorare il controllo del diabete.

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